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Passione in cucina


di Occhidimare12
28.07.2026    |    2.631    |    10 9.7
"Si fermò a comprare una di quelle ciambelle di pane all'anice che, da poco sfornate, profumavano tutto lo spazio circostante sebbene coperte da uno strofinaccio grezzo color panna..."

L'amore è fame. La passione è voglia. Voglia di qualcosa di buono. Quel qualcosa che ti scuote i sensi. E non ti sazia subito. E che, se l'assecondi, non ti sazia mai.
Alle 23:37 la cucina dell’Hostaria Luchino era rimasta stranamente in silenzio. Solo il rumore dell’acqua che scorreva nel lavandino.
Sul banco d'acciaio: una rana pescatrice. Grande, con la pelle color fango e un'enorme bocca piena di denti aguzzi. Luca la guardò un attimo, poi prese, tra i tanti, il coltello adatto per sfilettare. Era un uomo minuto, scuro di carnagione, con i capelli tirati indietro dalla brillantina e il viso senza barba.
La lavorò con calma. Tolse la testa, la pelle e tutto quello che non serviva. Tenne solo la coda, bianca e soda. La mise in padella con olio, aglio, prezzemolo e sfumò con un bicchiere di vino bianco. Il profumo salì piano e invase tutta la cucina. La rigirava delicatamente con le pinze, la bagnava con il sughetto che veniva formandosi. La cucinava con amore. O meglio, con passione. Era agile e fermo, insieme. Dita sottili e corpo flessuoso. Sembrava anche lui una creatura d'acqua. Guizzante. Sgusciante. Veloce e immobile.
Fuori, in sala, ancora seduta al tavolo, da sola, vicino alla vetrata, c’era Amelia. Bella. Silenziosa. Attenta. Aveva i capelli neri e la carnagione da ragazza latina. Anche lei minuta e muscolosa, con uno sguardo dolce e profondissimo. Una creatura di grotta oscura e umida. Un bicchiere d’acqua frizzantissima davanti a sé; fissava le bolle che andavano su e giù e poi, guardava dentro. Dentro la vetrata che divideva la cucina dalla sala quasi vuota, ormai. Guardava lui.
Quando il piatto fu pronto, Luca lo portò fuori. Vapore, profumo di mare e verità. Lo appoggiò sul suo tavolo senza dire niente.
Amelia alzò gli occhi. Lui non abbassò i suoi.
"È per me?".
"L’ho fatta per te. Sì. È appena arrivata, freschissima e tenera".
Lei sorrise appena e prese la forchetta. Assaggiò un pezzo carnoso, sodo, bagnato. La carne della sfortunata ma gustosa rana pescatrice era morbida, sapeva di abissi marini insondabili.
"Cucini sempre così tardi?".
"Solo quando c’è qualcuno che resta a guardarmi".
"E se non stessi guardando te?".
"Allora avrei tolto il grembiule e avrei smesso di fare tutto".
Rimasero un attimo in silenzio. Fuori, la strada era vuota. Dentro c’era solo il rumore leggero delle posate sul piatto. Anche gli ultimi clienti erano usciti.
"Si chiama rana pescatrice".
"Lo so. Ma grazie per l'informazione!".
Amelia alzò di nuovo gli occhi dal piatto. Luca era ancora lì, con lo sguardo curioso.
"Resti?", chiese lei.
"Se mi offri un bicchiere della tua acqua, sì".
Disse lui prendendo un bicchiere pulito da un tavolo apparecchiato e intonso e porgendoglielo. Lei spostò il bicchiere dall’altra parte del tavolo e gli versò l'acqua facendogli cenno di sedersi. Lui lo fece, sudato e rosso sulle gote e la fronte madida, perfettamente squadrata, da cui i capelli, ben radicati e folti, si proiettavano lucidissimi, all'indietro, sul capo.
Non dissero altro. Si guardarono. E si mangiarono con gli occhi.
Luca rientrò in cucina, sempre guardando la sua ultima ospite attraverso la vetrata, schizzata da qualche goccia di olio e fissatasi lì, dopo le cotture della giornata lavorativa. Stappò una bottiglia di bianco freddo. Il tappo saltò e il profumo intenso impregnò l’aria. O almeno parve così. Versò in due calici il giallo solare.
"Vieni" le disse.
Amelia lo raggiunse. La cucina era ancora calda. Sul piano c’erano resti di pane, olio, limone. Il fuoco sotto la padella era spento ma il metallo tratteneva ancora il calore.
Le versò del Traminer ghiacciato dal profumo tropicale, con note di petali di rosa. Bevvero in piedi, vicini. Le spalle si toccavano.
Luca prese un piccolo pezzo di coda rimasto nella padella e, con le dita, glielo portò alla bocca. Lei lo masticò lentamente, poi gli prese la mano e gli succhiò il sugo dal pollice.
Lui, guardandola fissa negli occhi, le passò il pollice sul labbro, giù sul collo. La pelle di Amelia era calda, vellutata.
Lei gli sbottonò il primo bottone della camicia bianca. Lui le spostò un ciuffo di capelli neri dal viso, glieli mise dietro l’orecchio accarezzandole la nuca.
Amelia posò il bicchiere di vino sul grande lavello d'acciaio. Lui fece altrettanto.
Si baciarono. Prima piano, con il sapore di vino e pesce. Poi più intensamente con la lingua di ognuno che tratteneva il sapore di quella dell'altro. Luca le cinse la vita con le braccia accoglienti. Minuti ma forti di una forza demoniaca che si sviluppa in quelle circostanze ebbre di voglia. La strinse al banco. Il legno era freddo, la pelle no.
Lei gli passò le mani sul petto peloso, da sotto la maglietta. Lui le scostò la spallina dal collo e ci appoggiò la bocca. Carnosa, rossa, disegnata da un pittore generoso.
Respiravano l'uno addosso all’altro. Tra loro odori di tutto. Aglio, cipolla, menta, rosmarino, e... di mare salatissimo, di vino versato, di sesso da consumare.
"Qui?" chiese lei a bassa voce.
Lui annuì. Le prese il viso tra le mani, sincere. Delicate. Dal tatto sopraffino.
Si cercarono senza parlare. Il corpo contro il corpo, il calore della cucina addosso. Tra un bacio e l’altro il sapore di tante cose mischiate. Tra una carezza e l’altra il rumore del frigo che scricchiolava. Come le ossa di entrambi nel giogo che li teneva uniti e separati. Che li faceva dare e ricevere. Lei con le mutandine bianche scese, lui con gli slip neri abbassati a metà coscia. Sembravano una creatura mitologica. Due creature che ne formavano una. Lei abbassata e lui da sopra che la cavalcava come fosse un unicorno domato dalle spinte forti e incessanti. Lui dentro di lei. Lei dentro di lui. E umori che fuoriuscivano trasparenti, lattiginoso a scandire il rumore della sessione erotica che senza tante parole avevano deciso di concedersi.
Quando si staccarono avevano il fiato corto e le labbra come rigonfie. Luca le versò l’ultimo goccio di vino. Bevvero ancora guardandosi.
La cucina era sporca, il tagliere pieno di briciole. Eppure non era mai stata così viva e pura.
La mattina dopo il locale era chiuso. L'odore di sesso e agrumi intrideva le mura.
Amelia era tornata a casa a piedi. Non dormì molto. Nella testa aveva ancora lampi di ricordi freschi e appassionanti. Il sapore di lui e il calore delle sue mani.
In tarda mattinata andò al mercato frastornata.
Aveva bisogno di sole e di viveri dopo tanta dionisiaca passionalità divorata a morsi.
Banconi di legno, cassette di frutta, voci alte e sgraziate. Le davano fastidio. Si incuneavano a disturbare i pensieri belli... bellissimi. Un flusso inebriante incontenibile nella mente offuscata. O, quantomeno, non lucida.
Si fermò a comprare una di quelle ciambelle di pane all'anice che, da poco sfornate, profumavano tutto lo spazio circostante sebbene coperte da uno strofinaccio grezzo color panna. Più in là un cespo di lattuga che dal taglio versava ancora latte bianco.
Più in là con il grembiule legato in vita, la maglietta grigia arrotolata sulle spalle, proprio Luca. Indaffarato a toccare, annusare, sorridere, parlare con tutti. Stava scegliendo dei pomodori come si sceglie qualcosa per la vita intera. Seppur mediamente alto, svettava su tutti, per l'aura magnetica e le simpatiche maniere da chi sa il fatto suo. Affatto timido e, men che meno, indeciso.
Si videro da lontano.
"Non ti aspettavo qui", le disse lui sorridendo con denti regolari e bianchissimi.
"Io non ti aspettavo, in generale", scherzò lei.
Stettero vicini senza dirsi altro. Presero pane croccante, pomodori rossi, prosciutto tagliato a mano, olive nere, formaggio erborinato, mozzarella di bufala, pesche gialle e una bottiglia d’acqua fredda. Anzi, due. Luca aggiunse due foglie di basilico e le mise nel sacchetto di carta color senape che teneva sul braccio muscoloso da cui spiccava un tatuaggio. Una croce celtica con una rosa si piedi di questa.
"Andiamo sul fiume?" le dimandò.
"Fa caldo! Troppo caldo!" rispose lei.
"Ci spogliamo!", chiosò lui, tirandola per mano tra la gente ferma dinanzi alle bancarelle.
L'idea di mangiare e spogliarsi nella natura è sempre la più allettante di tutte. Al mare, al lago, in montagna, sul corso di un fiume... cosa c'è di più bello da fare liberamente in due?
Presero la vecchia jeep arancione di lui
e in venti minuti furono fuori città. L’erba era stata appena tagliata, l’odore di canne e terra secca li seguiva nel sentiero da percorrere a piedi. Il fiume scendeva lento e poi si buttava giù da una piccola cascata di schiuma bianca. L’acqua era trasparente e fresca, batteva sulle pietre facendo un rumore sordo e allegro.
Stesero un telo all’ombra di un salice piangente. Un venticello carezzevole lambiva le gambe di Amelia, belle e sensualmente sovrapposte. Mangiarono in silenzio. Il siero della mozzarella colava sul torso nudo di lui e tra le tette di lei. Esposte naturalmente al venticello e con i capezzoli rosa induriti dall'acqua finissina che, in forma di pioggerella vaporizzata, scendeva dall'alto su di loro sdraiati sul plaid.
Dopo un po’ Luca si alzò. Alla mano destra aveva un anello con una grande pietra nera. Un particolare per cui Amelia sarebbe potuta impazzire. Si scostò l'elastico e guardò giù, tra il basso ventre e l'inguine e se li tolse, i boxer bianchi. Con piacevole naturalezza di bambino e sfacciataggine da uomo visibilmente adulto, restò nudo. Un attimo, davanti alla cascata, osservando su e giù il corso, il corpo atletico, asciutto, flessuoso e dannatamente sexy... si tuffò nell’acqua a fionda e scomparve tra i flutti nervosi di schiuma.
Ricomparve lontano con la testa illuminata da raggi perpendicolari.
Nuotava velocemente, con bracciate corte e potenti. L’acqua gli arrivava al petto, poi alla testa. I capelli neri, tirati indietro, gli colavano sulla schiena.
Amelia era seduta sul telo. Rilassata e tesa. Con la sua carnagione ambrata che tradiva l'origine sud americana. Non parlava. Lo guardava. Guardava come l’acqua gli scivolasse addosso, come si fermava sotto la cascata un secondo, con gli occhi chiusi.
"Vieni?".
"L’acqua è troppo fredda".
"Dai, troppo caldo, troppo fredda, sempre con questo 'troppo'!".
Lei scosse la testa e sorrise. Prese una pesca, la morse. Il succo le colava sulle dita. Luca uscì dopo, gocciolando. Si sedette anche lui sul telo a distanza giusta. Non si toccarono. Non si baciarono neppure.
Rimasero lì fino a quando il sole si abbassò e l’ombra del salice arrivò fino ai piedi.
"Domani cucini di nuovo?".
"Se torni a guardare, sì".
Raccolsero il telo e il resto. L’acqua della cascata continuava a battere sulle pietre.
Tornarono a casa con il sacchetto mezzo vuoto e i capelli che sapevano di fiume.
Erano le 19:30. Il sole entrava basso dal balcone e scaldava le piastrelle. Luca mise sul fuoco una padella di ferro. Tirò fuori un filetto di manzo, grosso, rosso al centro. Lo batté un po’ con il palmo, sale grosso, e poi i grani di pepe rosa schiacciati tra le dita. L’odore salì subito, caldo e dolce insieme.
"Non parlo mentre cucino".
"Non ti ho chiesto niente".
Mentre il filetto sfrigolava, sempre lui lavò l’insalata. Lattuga, pomodorini, una manciata di olive. Olio, limone. Niente altro. Lo fece con le stesse mani e l'anello del mattino, che alla luce artificiale sembrava verde scuro.
Amelia apparecchiò sul balcone. Due piatti, due bicchieri, una bottiglia d’acqua. Fuori si sentivano solo i motorini lontani e il vento tra le lenzuola stese.
Mangiarono. Il filetto era tenero, il pepe rosa pungeva la lingua. L’insalata era fresca e mitigava il sapore di carne.
Finito di mangiare Amelia si alzò. Si spostò dalla sua sedia alla sua.
Si sedette su di lui. Di traverso, le gambe raccolte da un lato. Non disse niente. Appoggiò la testa alla sua spalla.
Lui non si mosse. Tenne la schiena dritta. Le lasciò il braccio libero intorno alla vita, senza stringere.
"È buono il pepe rosa."
"È dolce. Copre meno del nero."
"Mi piace che non parli tanto".
Rimasero così. Il cielo diventava arancio. Il piatto vuoto tra di loro sul tavolino.
Dal balcone si vedeva il tetto di fronte e il filo del bucato che si muoveva.
"Fa fresco ora".
"Resta così un altro po'".
E lui restò.
La sera scese piano. Dal balcone rientrarono senza accendere le luci. Riempirono la vasca da bagno e si rilassarono con la musica di Cesària Èvora e l'odore del bagnoschiuma alla mirra.
La casa era silenziosa. Solo il rumore dei passi sul parquet e il respiro.
Gianluca chiuse la porta del balcone. Amelia si fermò a metà del salone. Non parlavano. Non serviva.
Si guardarono. Stessi occhi di ieri sera al ristorante. Diversi dagli occhi della mattina al mercato e al fiume. La notte accendeva lo sguardo di voglia. Di desiderio di fisicità quasi aggressivo. Selvaggio.
Lui le prese la mano. Le dita erano ancora arricciate dal bagno caldo. Lei non le ritrasse.
Andarono in camera. Il lenzuolo era fresco. Dalla finestra aperta entrava l’aria della notte e l’odore di gelsomino del cortile.
La notte fu d’amore.
Senza fretta. Senza domande.
Come il modo in cui Luca cucinava: con attenzione.
Come il modo in cui Amelia guardava: senza abbassare gli occhi.
Si cercarono al buio. Si riconobbero.
La pelle, il fiato, il silenzio tra un bacio e l’altro.
Fuori la città dormiva. Dentro c’erano solo loro due e il rumore basso del ventilatore.
All’alba Amelia era ancora lì, con la testa sul suo petto. Luca le passava una mano tra i capelli di seta, a caschetto, piano.
"Dormi?".
"No. Ti ascolto".
Il sole entrò dalla fessura delle tapparelle e disegnò una riga chiara sul letto.
"Devo confessarti una cosa che forse non ti piacerà", disse lui sussurrando.
"Sono sposato!".
Lei lo guardò e scoppiò a ridere e
accarezzandogli la guancia, come ad un bimbo preoccupato, rispose:
"Tranquillo, anch'io!".
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